domenica 6 aprile 2008

Vai al lavoro? No, in reclusione



E' passata la prima settimana di reclusione. Ultimamente al lavoro ci stiamo concentrando tutti su un prodotto specifico, per fare in modo di capire quale siano blocchi che non lo fanno avanzare spedito e una volta individuati, andare avanti in modo spedito. Si chiama "settimana del Kaizen" (con la N finale). Ironia a parte, il Kaizen (改善) prende il nome da KAI (cambiamento) e ZEN (meglio), ed è una metodologia di lavoro inventata dalla Toyota.

In pratica nelle prime due settimane si individuano i Muda (blocchi), nella terza (la settimana del kaizen) si lavora per migliorare in modo spedito il progetto, nella quarta ed ultima si tirano le somme per vedere quali obiettivi sono stati raggiunti, e cosa lo impediva precedentemente.

Durante la settimana/mese del kaizen si dovrebbe lavorare tutti in armonia, essere tutti concordi e liberi di esprimere il proprio punto di vista, e stare in un ambiente rilassante e piacevole dove nessuno viene per nessuna ragione complevolizzato per gli errori precedenti.
L'energia viene dal basso - questo dice la filosofia del kaizen - e non dal management, che servirà invece come guida per mettere la forza operativa nelle migliori condizioni per lavorare al meglio e arrivare ai risultati desiderati con grinta e passione.

Bene, quando ci viene proposto (era già deciso in effetti) reagisco con entusiasmo. Mi sembra una bella cosa, utile, divertente e efficace. Il primo giorno ci chiudiamo in 4 in una stanza di 2 mq. Il clima torna finalmente ad essere abbastanza disteso per la prima volta da settimane, e sono piacevolmente soddisfatta, tanto che mi chiedo perché non si sia fatto prima e perché non portarlo avanti anche successivamente, ecco, magari non nella stanzetta angusta senza finestre.

Passiamo la giornata del kaizen (iniziata alle 14) nella stanzina ad attaccare proiezioni sui muri con lo scotch di carta, e tante altre cose interessanti prodotte nei giorni precedenti. Vedere il tuo lavoro sul muro fa sempre un bel effetto.

Il giorno II il nostro responsabile attacca sulla porta della stanza un disegno di un elmetto militare con scritto sotto "war zone" che mi lascia un pò perplessa perché penso che poco c'entri con la filosofia di base, ma mi faccio una risata pensando che sia ironico. Entriamo nella stanza con una nuova persona al suo primo giorno di lavoro, e notiamo che gran parte dei fogli attaccati il giorno prima sono sul pavimento, con lo scotch che svolazza. Beh, li riattacchiamo e siamo pronti a concentrarci con determinazione e entusiasmo.
Tempo 10 minuti e il clima torna quello di sempre, di sano e trasparente nervosismo. Le miei idee di ricostruzione e di collaborazione fatta con il sorriso svaniscono, e mentre si allontanano iniziano i primi cenni di cedimento. Alle 19h30, dopo diverse ore senza contatti esterni - e quando dico assenza intendo NO persone diverse da noi, NO skype, NO messenger, NO gtalk, anche se servono per parlare di lavoro - la tensione altissima, l'assenza di luce diretta, e lo stare stipati in pochi metri ci guardiamo e siamo tutte occhiuaiute, con il mal di testa, e i capelli sconvolti. Dopo un pò ce ne andiamo a casa dove ognuna di noi crolla senza riuscire a proferire parola.

Il giorno III arriviamo tutte nella saletta - ribattezzata il bunker - ma manca il nostro responsabile. Dopo poco avverte una di noi che non sarebbe venuto, causa incidente di persona cara. Poiché conosco la persona interessata direttamente, mi dispiaccio ma una volta capito che è stato solo un piccolo trauma, torno al mio lavoro giapponese.
Mi sento sempre di più come Aldo Moro e anziché stringere fra le mani "la Repubblica" fanno fede le pubblicazioni sul prodotto che sono (in parte ancora) attaccate alle mie spalle. Inviamo segnali con scritto "chi vuoi salvare dal bunker?" a chi ci vede da fuori sperando nel miracolo.
A pranzo ci rendiamo conto di avere la risata isterica. Non riusciamo a formulare una frase normale senza scoppiare in lacrime dalle risate. Abbiamo le gambe molli, lo sguardo perso, le spalle curve.
Alle 20h45 finalmente me ne vado a casa con il solito mal di testa, che cresce esponenzialmente.
La notte dello stesso giorno mi sento malissimo. Vomito - ecco, sì, i dettagli - e emicrania, tanto che mi chiedo cosa sia conseguenza di cosa. Titubo un pò, ma alla fine decido di non andare al lavoro perché davvero non sto affatto bene.

Il giorno IV quindi lo salto e faccio solo un pò di cose da casa.

Il giorno V una nuova persona si aggiunge al nostro team. Forse perché dovremmo entrare in 6 in uno spazio dove entrano a malapena 4 portatili sul tavolo, forse perché i nostri volti gridano pietà, ma il nostro responsabile decide di lasciarci lavorare nell'open space, con luce, aria, spazio, possibilità di lavorare per conto proprio.
Sento un sospiro di sollievo generale, mi siedo nella mia postazione vicino alla finestra e mentre vedo passare un paio di uccellini là fuori, inizio a lavorare con tutte le mie comodità. La tentazione di scrivere un post su quanto sia bello riacquistare la propria libertà, tornare alla vita è fortissima, ma decido di posticiparlo per concentrarmi sul mio lavoro.
Tirando le somme della prima settimana comunque, mi sento di dire che il kaizen - o forse dovrei chiamarlo il campo kaizen, visto che i ritmi sono più militari che di armonia - porta una discreta sfiga. All'attivo abbiamo: un incidente, quattro persone su quattro affette da emicrania, una stroncata dalla nausea, un occhio nero.

Oggi è domenica, e so che domani non ci sarà nulla che potrà salvarci dalla celletta. Ieri, come se non bastasse sono anche andata al lavoro, ma giuro che entrare nell'ufficio semi vuoto, con tutto quello spazio, quella luce e quel clima disteso, mi è sembrato un miraggio. Ho imparato qualcosa, ridendo e sentendomi libera di fare tutte le domande che volevo. Certo, non nascondo che quando mi sono svegliata e ho visto il cielo AZZURRO con il sole che spaccava le pietre, ho pensato a 1200 cose da fare e nessuna di queste prevedeva un passaggio nella periferia di Milano (anzi, fuori Milano) per vedere alcuni miei colleghi. Ma alla fine sono state 3 ore interessanti, lo ammetto.

Quando ho raccontato la nostra reclusione ai miei nuovi - e vecchi - amici psichiatri conosciuti a una cena, tutti hanno strabuzzato gli occhi e hanno detto un corale NO, VI DOVETE RIBELLARE. Ah! Una rivoluzione cara e vecchia rivoluzione! Il mio sangue francese ribolle e anche io voglio rivendicare il mio diretto al pane, che nel caso specifico si chiama luce. Mariantonietta ti rendi conto di cosa ci stai facendo?
Ma una rivoluzione va fatta tutti insieme, e se c'è una cosa che manca e che mi fa soffrire più di tutto, è proprio la complicità. Sarebbe come cercare di far aprire gli occhi a una caserma.
Ma ora il soldato palla di lardo signore, si concede le ultime 20 ore di libertà signore.
E da domani tornerà il buio anche sul mio blog, dopo questo infinito post. Scusate la logorrea, ma ho bisogno di contatti umani.

Per pietà, salvatemi. ;-)

6 commenti:

palbi ha detto...

proponete di andare da qualche altra parte! Liberate la stanzetta bunker (con somma gioia di tutti) ed evitate che le reciproche emissioni di anidride carbonica vi brucino la massa cerebrale. Già già già

leoperla ha detto...

ahahah mi spancio!!

PippaW ha detto...

Non è alla Toyota che si suicidavano i dipendenti?
Solidarietà!!!!

Simo ha detto...

margot non mollare, vedrai che arriveranno i rinforzi, non so di che genere e tipo e caratteristica..ma arriveranno, prima o poi... :)

E ricorda...trova il signore prima che lui trovi te...

http://youtube.com/watch?v=fQOjd8MYSDQ

Pizzulata

lol ha detto...

Grazie a tutti x la solidarietà! Grazie a dio (e al video di pizzulata LOL!) sono evasa.. ed è anche merito vostro. I Love Blogosfera! ;-)

Perno ha detto...

Incredibile la somiglianza con i metodi di lavoro che ho visto qui dove lavoro io! ;)